Oct
13
2005
Scendo giù per le belle scalinate del Petraio, che già son familiari, ma niente perdono del loro fascino che riscopro sempre nuovo nel primo sole di ogni mattino. Funicolare centrale e -ormai mi oriento- in qualche minuto sono al molo Beverello. Ancora una volta spacco il minuto.
Mi faccio un paio di volte un girello attorno ai due baracchini dei bar, non so se farmi una colazione o aspettare Daniele, mi studio pigramente Castel Nuovo, lasciandomi intossicare dagli scarichi di moto, motine, vespe, motorette, pullman, macchine e camion che rombano su e giù per la Marina. Mi leggo gli orari delle barche, non si sa mai, squadro le ragazze che passano, e poi mi decido a leggiucchiare la biografia su Bernard Faucon che fortunatamente ho in borsa, che presagivo il pacco: Daniele infatti arriva con quasi due ore di ritardo.
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Oct
10
2005
Mi sveglio presto, e le nuvole sul golfo sono state portate via dalla notte come i cattivi pensieri, un sole nuovo tinge di rosa e azzurri l’isola e le coste, il mare è piatto e tranquillo, qualche nave in rada.
Mi faccio una bella passeggiata per il quartiere, scendo mollemente verso la stazione zoologica, ma lasciandomi tentare dagli angoli e le strade, girando tranquillemente intorno, giusto per approfittare del sole caldo che mi scalda il viso, le belle case di via Palizzi, che scendono verso il mare, fra sole, fiori e eleganza. Poi qualche stradetta umida e scura, dalle lunghe scalinate ripide, un vociare nelle case in dialetto stretto, i soliti panni stesi che ricoprono le facciate delle case e attraversano le strade, su in alto sulle teste, un profumo di dolci e cibo, caldo e avvolgente.
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Oct
08
2005
L’aria è umida, una nebbia appena accennata, che conosco così bene, l’impronta netta dell’autunno parigino, che sfuma case e strade, avvolge gli alberi che si spogliano in un tocco di malinconia.
- I giorni tristi sono tutti nebbiosi…
Dice Ana, ma io non ci credo e la nebbia mi piace. Ieri sera, l’ultima passeggiata a St. Michel, quest’aria quasi nataliza, come se andassi in giro con Brian per compere, cercando dolci e regali, alla Tachen il noto fotografo Araki mi firma un libro disegnandoci un grosso cazzo e ride dietro i suoi occhialini neri serrandomi la mano, in un gesto perfettamente stereotipato, perfettamente giapponese e perfettamente pervertito. Sarebbe sicuramente piaciuto al filosofo, il carissimo Peppe Conti. Uno sguardo fugace al Pont des Artes, ed è inevitabile, il riaffiorare alla memoria di tutti i piccoli trascorsi, le passeggiate, gli incontri, le fotografie fatte ad ogni angolo di strada. È inevitabile ripercorrere con la mente ogni momento, cose dimenticate, ma solo coperte da un telo bianco che si impolvera e che ci vuole un nonnula per farlo volare via, e riportarle agli occhi, con un sorriso e un poco un nodo al petto. E cenare nell’affollatissimo ristorante giapponese dove andiamo sempre, dietro al bancone, con i cuochi che sfiammeggiano nella loro cucina, più simile al gioco degli dei con gli elementi che ad una padella col soffritto: io mi prendo la mia zuppa preferita di porco e calamari, con un bicchierone di saté caldo che mi va subito alla testa, e all’uscita sono un po’ alterato.
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