Oct 08 2005
Arrivo a Napoli: la mia casa è nei nuovi orizzonti
L’aria è umida, una nebbia appena accennata, che conosco così bene, l’impronta netta dell’autunno parigino, che sfuma case e strade, avvolge gli alberi che si spogliano in un tocco di malinconia.
- I giorni tristi sono tutti nebbiosi…
Dice Ana, ma io non ci credo e la nebbia mi piace. Ieri sera, l’ultima passeggiata a St. Michel, quest’aria quasi nataliza, come se andassi in giro con Brian per compere, cercando dolci e regali, alla Tachen il noto fotografo Araki mi firma un libro disegnandoci un grosso cazzo e ride dietro i suoi occhialini neri serrandomi la mano, in un gesto perfettamente stereotipato, perfettamente giapponese e perfettamente pervertito. Sarebbe sicuramente piaciuto al filosofo, il carissimo Peppe Conti. Uno sguardo fugace al Pont des Artes, ed è inevitabile, il riaffiorare alla memoria di tutti i piccoli trascorsi, le passeggiate, gli incontri, le fotografie fatte ad ogni angolo di strada. È inevitabile ripercorrere con la mente ogni momento, cose dimenticate, ma solo coperte da un telo bianco che si impolvera e che ci vuole un nonnula per farlo volare via, e riportarle agli occhi, con un sorriso e un poco un nodo al petto. E cenare nell’affollatissimo ristorante giapponese dove andiamo sempre, dietro al bancone, con i cuochi che sfiammeggiano nella loro cucina, più simile al gioco degli dei con gli elementi che ad una padella col soffritto: io mi prendo la mia zuppa preferita di porco e calamari, con un bicchierone di saté caldo che mi va subito alla testa, e all’uscita sono un po’ alterato.
Mano a mano che l’RER si allontana da Parigi la nebbia si fa più spessa e densa, le cose si fanno contorno sfumato e indefinito. Ripercorro nella testa il primo viaggio nel fulgore di un settembre perfetto, lo stupore nello scoprire la banlieue sud di Paris. Quasi la nebbia che mi sfuma sempre più gli occhi verso un bianco puro mi pare un velo che mi avvolge, un filtro ottico che mi mette fuori fuoco rispetto alla realtà, mi abbraccia e mi porta via dolcemente verso i miei nuovi orizzonti.
All’ereoporto arrivo abbastanza presto, giusto per l’inizio del checkin, e ho solo due ragazzi davanti e una coppia di anziani, due graziosi nonnetti in vacanze tardive. Appena aprono lo sportelo è un baleno, un paio di tipi mi passano davanti, e un’altra decina raggiungono i ragazzi in prima fila.
- Giovani, giovani!
Sbraita la vecchina.
- E che vuole, stavamo là, i bagagli, loro aspettavano… che vuole signora…
La nonna protesta, ma i ragazzotti se ne fottono, hanno un sorrisetto conciliante sulla punta delle labbra, gesticolano, rispondono gentilmente ma continuano a fottersene. È incredibile! Mi direte che sono diventato un raleur francese, ma mi pare di vedere noi italiani con gli occhi di uno straniero, saremo simpatici si, ma proprio cazzoni. Vado alle toilette e mi faccio una discreta cagata riflettendo se il mio è un atteggiamento sclerotico o se hanno ragione i tedeschi quando mi prendono per il culo, che se loro trovano un amico in fila aspettano di essere dentro mensa per andarlo a trovare, ma nessuno ti passa davanti; però gli intestini svolgono un lavoro più rapido e efficente del cervello e mi dimentico quello che avevo pensato.
La vetrata dell’aereporto è di un bianco luminoso e latteo, sarebbe un enorme e bellissimo diffusore per fare delle belle foto, ne vedo qualcuna ma non mi va di tirare fuori l’om2, memore anche dei cazziatoni ricevuti in passato negli altri aereoporti della capitale. Cerco di godermi il peso di Ana sulla spalla cui sono così abituato e assuefatto, il contatto con tutto il lato del suo corpo, la sua manina racchiusa nella mia. Mi chiedo come sarà, visto che comunque per tre anni ha riempito tutta la mia vita, che è una costante quando la mattina mi strappa da Morfeo con la sua cazzo di adorata sveglia snooze -bipbip, cinqueminutidisilenzio bipbip- sempre presente a tavola, in cucina, accanto a me in giro per le strade di Paris, nei musei, nei cinema e nei teatri, addosso addosso nel lettino stretto della residenza che la mattina ti fa sempre male la schiena.
Mi sento un po’ con la testa in due scarpe, da una parte la voglia di restare nella mia città e con le mie genti, dall’altra la vecchia inquietudine che si risveglia, la vecchia voglia di rimettersi in gioco, di scoprire, vedere, provare.
Alla barriera di sicurezza le dico di correr via, perché mi è preso un attimo di magone, e non voglio che mi veda coi lucciconi, che altrimenti le faccio solo male. Ma mi riprendo passando lo scanner, e per una volta non mi perquisiscono nemmeno.
Il volo passa tranquillo, mi leggo il routard sull’Italia del sud e la parte di Napoli con una certa ironia, mi diverte scoprire fra le pagine quello che già conosco, mi sembra di riscoprire all’inverso tutto quello che ho scoperto sulla Francia, perché gli italiani si stupiscono che i francesi ti danno l’acqua del rubinetto e quest’ultimi insistono per la caraffa… poi mi godo la bellissima vista delle Alpi, pensare che settimana scorsa ero quasi in cima al Monte Bianco e ora ci rivolo sopra. Poi l’Italia è una piatta e uniforme superficie bianca di nebbienubi, e mi rimmergo nella mia guida.
Atterraggio con qualche scossone e turbulenza, appena l’aereo tocca terra tutti si slacciano le cinture e si alzano in piedi, ignorando la povera hostess che li implora inutilmente di restare seduti fino a quando si spegne la lucina delle cinture. Contrariamente a quanto richiesto i cellullari sono già surriscaldati e qualcuno si accende pure una sigaretta. Io devo fare la stessa faccia scandalizzata degli altri francesi, che vergogna.
Pages: 1 2
Leave a Reply
You must be logged in to post a comment.