Oct 08 2005
Arrivo a Napoli: la mia casa è nei nuovi orizzonti
E poi ecco l’autobus che ci porta in città, il conduttore gentilissimo e amabile -ma la vuoi smettere di pensare che siano tutti ladroni e assassini, sembri quasi un leghista di merda- ogni volta che è al semaforo borbotta “dormono, dormono” e giù di clacson. Quel poco che vedo della città è affascinante e rivelatorio. Sudicio, sudicio ovunque, case scalcinate e muri screpolati, grattati, scheggiati e imbrattati, panni di mille colori stesi negligentemente fuori pure se piove, le donne fiorenti alla finestra e sui balconi, vestite di panni sgargianti, che scambian due parole, la gente che gesticola ai crocicchi delle vie, le macchine che tagliano la strada, i mercatelli abusivi con la merce ammonticchiata sui marciapiedi… è tutto come nella fantasia, tutto come te lo immagini, come lo hai estratto dai film, i libri, i giornali, le voci e la memeoria collettiva. Ti godi la bellezza e lo spirito picaro che ci senti, e già mi piace. Forse l’indonesia mi ha aiutato, perché riscopro tanti punti comuni, o forse l’aver viaggiato e vissuto lontano, e poi non so, in un certo modo una certa familiarità la sento, sarà la città di mare, saranno le scritte in una lingua che riscopro familiare, saranno i geni del mio nonno che veniva dal sud, ma mi pare comunque di tornare a casa.
Qualche tempo fa la persona con cui dovrò lavorare alla stazione zoologica mi aveva proposto di restare qualche settimana da lui, per “capire” la città prima di cercar casa. Poi da una settimana e un po’ a smesso di rispondere alle mail.
- Nessun problema, non voglio disturbare, se non puoi posso cercare un’altra sistemazione ma perfavore fammelo sapere che mi organizzo per trovare un ostello.
Silenzio totale e alla fine ho capito che mi dovevo arrangiare. Per fortuna l’amatissimo professore di fisica teorica Emilio d’Emilio, in assoluto il migliore che abbia mai avuto, mi ha invitato a passare qualche giorno nella casa della madre ottagenaria, di cui mi ha dato l’indirizzo. Dopo esser uscito dalla fermata Petraio della funicolare centrale, mi arrampico ansimando sotto i miei 35kg di valigie su per le meravigliose stradine e scalinate, fra le case uscite dritte da un sogno mediterraneo. La pioggia rende il selciato lucido e brillante, ma la luce del sole che penetra a sprazzi nel golfo illumina tutto con il suo splendore, tingendo il mare di macchie scure e chiazze sfolgoranti. Che poesia, che bellezza. Le pergole, le viti che s’arrampicano su per i muri, i fiori e le piante nei vasi, gli usci antichi, gli archi e le nicchie, due bimbi che corrono e giocano sotto la pioggia, la presenza acuta del mare la dietro le mie spalle, i gatti che si riparano nei portoni e le straduzze che girano e rigirano, arrampicandosi ripide e incrociando scale e vicoletti.
Chissà perché mi aspettavo una vecchina lenta, ingobbita, vestita di scuro e un po’ rimbabita che parla solo napoletano e non capisce quello che le dico. Invece al citofono mi trovo una voce giovanile e spicciata, che mi riconosce immediatamente e mi da indicazioni precise per arrivare alla casa. Scendo le scale, entro nella corte, risalgo la scalinata di marmo e mi trovo davanti una simpatica signora che dimostra almeno 10 anni meno delle sue 82 primavere, capelli bianchi, bel volto sorridente e lingua sciolta. La signora Elvira è davvero adorabile, e mi incanta con le sue storie, il racconto della sua vita, gli anni cinquanta, la sua giovinezza calabrese, com’era Napoli e cos’è cambiato. Che la pizza la facevano buona ma sessant’anni fa, perché l’acqua era tirata da un fiume che conteneva sali minerali particolari, e adesso è buona solo calda, fredda diventa tutta gommosa. E Emilio ragazzo, cazzarola che genio, le nipotine bimbe che adesso so che sono bellissime ragazze, il quartiere e le sue genti, che afferma conoscer tutte. Senza poi trascurare l’origine del pianeta terra, l’olio novo di Poggio Diavolino e qualche filosofo. La casa poi è meravigliosa, con una ampia vista sul golfo e Capri proprio in fronte, una melodia suonata al pianoforte da qualche vicino musicista, i gatti nel cortile che si struscicano sulle gambe e ti fanno le fusa. L’appartamentino dove starò provvisoriamente è all’ultimo piano, spazioso ma un po’ vuoto, senza molti mobili e niente alle pareti bianche. Dopo tutto quello che avevo ammonticchiato in tre anni nei miei nove metri parigini è un ritorno alla vita. Un letto matrimonaile, bel bagno, 5 o 6 scalini, una grande cucina con tavolo e divano letto ma soprattutto un’immensa portafinestra che da su una bellissima terrazza con una vista di quelle che si invidiano nelle riviste specializzate. Tutto il golfo davanti, con Capri, le navi in rada, i tetti delle case che scendo al mare.
Non so, io mi vedevo nella testa una colloc casinosa con erasmus che vengono da tutto il mondo, feste e ragazze, che mi ricordo bene come quelle che vengon da fuori per qualche mese e via dicono raramente no. Questa sera che sono qui da solo a scrivere al computer mi sembra un po’ strano perché tre anni in residenza lasciano il segno, ma tutta questa bellezza e tranquillità, dove la ritroverò mai?
Vado a fare una piccola passeggiata per il quartiere, che dopo due strade diventa animato e gremito di persone. Un sacco di belle ragazze, anche se Brian aveva ragione, in italia sono tutti un po’ fighetti. Quando arrivai a Paris rimasi impressionato dagli occhi chiari, i capelli biondi e la pelle bianca delle ragazze un po’ eteree di là, qui mi stupisce la fisicità delle donne, tutte prosperose e scure, con delle belle chiome nere, quasi spagnole o gitane, e degli occhi impressionanti. E poi i contrasti nati da secoli di dominazioni e incroci, ragazze biondissime ma con la pelle scura, occhi chiarissimi ma capelli corvini. Ma forse ciò che attrae è qualcosa che va oltre la mera caratteristica fisica, è un senso di donna del sud, di donna napoletana. Certo si vestono proprio strane.
Poi cena con Elvira, dei buoni spaghetti al pomodoro, semplici semplici ma ottimi, quel filo d’olio e il pomdoro riscaldato appena con due foglie di basilico. Ci senti dentro il gusto del frutto crudo, degli ingredienti sani e mi rendo conto come siamo obbligati in Francia a cuocere e cuocere, aggiungere carota o zucchero, per combattere l’acido, e poi cipolla, sale pepe e peperoncino, verdura o carne perché altrimenti il sugo non viene buono.
Infine uno sguardo alle lucine nella baia battuta dalla pioggia, le navi e le barche che partono e arrivano incessanti, poi a dormire nel letto grande e nel silenzio e nella quiete che mi ristora, pronto per cominciare una nuova vita.
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