Jun 05 2006

La festa della Madonna dell’avvocata

Published by admin at 17:49 under Racconti, Viaggi

Saliamo su per vicoletti talmente stretti dove due persone fanno fatica a camminare a fianco, sotto archi e rinforzi, cortiletti e muri bianchi. Saliamo le scale fra fontanelle che gocciolano, porte chiuse e silenzio. Fra le vigne, gli orti erbosi, i cani che ci abbaiano contro, il profumo dei limoni. Un contadino ci grida dietro “Uagliuuuu, v’eta scetà ‘mpress a’matinaaaaaaaa”. E saliamo e saliamo, quasi senza incontrare persone, e il paese è già tutto ai nostri piedi, con le case e le straduzze la cupola del campanile ricoperta di maiolica, il lungo mare e una galleria che sparisce nella roccia. Saliamo verso il santuraio che vediamo in alto in cima alla montagna, in controluce, una nuvola bianca accecante che gli danza veloce subito dietro. Saliamo grondando sudore, le magliette inzuppate e i pantaloni incollati alle gambe. Le pendici coltivate iniziano a lasciare il posto ai boschi e i canti echeggiano giù per le valli “Mariaaa, Mariaaaaaa”. Anche se non ne intuiamo le parole sono in dialetto e pieni di fascino, pure per un bastardo ateo come me. Pare quasi di salire verso un coro divino, di dar significato all’ascesa. Però poi inizia la vera messa ed ad ogni passo, ad ogni Maria, stringo fra i denti una bestemmia. Ormai saliamo su per boschi ombrosi e freschi, il sentiero solo a tratti riesce alla luce e mostra sprazzi di mare e le valli sotto di noi. Incontriamo gli ultimi ritardatari, una famiglia che trascina un bambinotto obeso che piange e respira come un cavallo che sta per schiattare, “Cammina, cammina, e non respirare assai, cammina”. Qualche signore gentile che scambia quattro parole, mentre si riposa appoggiato al bastone. Benedetto mi racconta che lungo l’altra strada, quella sale da Cava, ci sono le tombe dei vecchietti morti in quell’ultima fatica, la salita al santuario dell’Avvocata.

Scavalchiamo gli ultimi gradini dopo due ore esatte di cammino. Che sfaticati, la davano per quasi il doppio. Manco siamo allenati, con tutte le giornate che passiamo seduti al computer e la pancia che mi si rammolisce. Bravo Benede’, bravo Fabbia’. Devo dire che ho la testa un po’ leggera perché non ho fatto colazione. Non vedo l’ora di sedermi e di mangiare le fragole che avevo comprato per la cena del giorno prima. Meno male che alla fine era saltata, così adesso posso rifare il pieno di zuccheri. Cerchiamo un posto per sedersi, che lo spiazzo erboso e i boschi attorno al santuario sono invasi: centinaia di persone, forse qualche migliaio, che vanno su e già, si assiepano dove c’è la messa o stanno seduti a mangiare e a bere. Qualche tamburo che già suona, impaziente che finiscan i riti religiosi per dare il via alle feste pagane. Decine e decine di muli legati sotto gli alberi ragliano sguaiati, tirandosi calci e stontonando alla capezza, inquieti. C’è anche qualche cavallo, ma son soprattutto muli. Odore di legna verde e umida che brucia, fumo, carne alla griglia. La stessa allegra confusione folle di Kusturica ma in versione pastorale napoletana, e dal vivo. Che spettacolo, mi vien subito da pensare che le feste popolari di una volta dovevano essere proprio così, sembra di camminare in mezzo a quello che hai sempre immaginato. Lo stesso vociare, lo stesso trambusto delle bestie che ragliano, la stessa atmosfera. Qui il viaggio nel tempo che mi aveva riportato bambino prende uno scossone e mi sbatte dritto dritto a cinquant’anni fa, forse di più.

Ci sediamo a riposare un po’, bevendo un sorso d’acqua e mangiando le fragole che ci macchiano le dita di rosso vivo. Naturalmente ci sembrano buonissime, zuccherine e succose. Siamo accaldati, ma scopriamo con stupore che quando respiri il fiato ti si condensa davanti alla bocca. Possibile che faccia tanto freddo? Al sole si sta bene e ci arrotoliamo i pantaloni alle ginocchia, ma a tratti una nuvola ci viene addosso e ingoia il santuario e il cielo stesso, tutto diventa nebbioso, grigio, il sole sparisce e i contorni del campanile si fanno sfumati. Allora fa freddo e ci dobbiamo ricoprire. A pochi metri un omone barbuto mangia a morsi voraci una fetta di frittata di maccheroni dopo l’altra, annaffiandola abbondantemente di vino, che stappa una bottiglia dopo l’altra.

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One Response to “La festa della Madonna dell’avvocata”

  1. [...] fotografia che accompagna questo articolo è stata scattata in occasione della festa della Madonna dell’Avvocata, quando la maggior parte degli abitanti di un paio di paeselli della costiera Amalfitana salgono [...]

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