Jun 05 2006

La festa della Madonna dell’avvocata

Published by admin at 17:49 under Racconti, Viaggi

Man mano che riprendiamo fiato ci viene pure fame, ma ecco la statua della Vergine che sta per uscire dal cortiletto del santuario, al solito canto di “Maria, Maria, viva Maria”. Alla fine non l’abbiamo persa. Mi faccio vicino, spintonando fra la folla, cercando di fare qualche foto degna, ma senza troppo successo. I petali di rose gettati a piene mani ad ogni passo dalla gente, e dall’alto delle mura, le bocche aperte che gridano e cantano, i volti contratti nello sforzo di portare la statua giu per il sentiero. Ma poi rinuncio quasi subito. Gli lasciamo portare la statua alla grotta dove nel 1470 il pastorello Gabriello Cinnamo di Maiori sognò la Madonna, e poi pensò bene di vederla pure da sveglio e costruire un altare. L’altare che poi dette vita all’eremo e a questa festa che continua da secoli.

Girelliamo un po’ fra le tende piantate nel bosco. C’è chi dorme a terra con la bocca spalancata e le braccia larghe; chi invece ha fatto un terrapieno per riposare in piano e scavato una bella fossa per proteggere la tenda dall’acqua. Qualcuno raccoglie rami caduti per il fuoco, qualcuno canticchia e si riposa. Ma quasi tutti mangiano e bevono, a non finire. Uno arrostisce bistecche, braciole, costate, salsicce e cosce di pollo, l’altro affetta salami e prosciutto, qualcuno rimesta un’enorme insalata di riso, accanto ad una tenda c’è un mucchio di limoni o cedri grossi come meloni. Una donnina cuoce la pasta in un pentolone incrocchiato fra due sassi, tutto annerito dalla fuliggine, mentre già la caffettiera poggiata sulla griglia borbotta e sparge per il bosco umido il buon profumo del caffè. È tutto un gran macinar di ganasce, trincare vino rosso, spalancare la bocca, giù un altro morso di frittata. Ma nessuno si impietosisce di noi due poveri ragazzi affamati, quindi tiriamo dritto e imbocchiamo un sentiero che sale ancora, quasi a strapiombo sul mare, seminascosto dalla foschia, novecento metri più in basso. Camminiamo poche centinaia di metri e siamo subito immersi nelle nuvole. L’aria umida del mare sale quasi in verticale per scavalcare la montagna, l’aria si raffredda per la depressione e condensa. Le correnti ascensionali sono pazzesche, senti un alito gelido che ti entra nella schiena, i lembi bianchi di nuvole corrono come fantasmi inferociti che prendono la collina d’assalto. Non si vede più niente giù in basso, solo questo esercito bianco e silenzioso che cavalca velocissimo su per il dirupo e ci avvolge, lasciandoci ciechi.

Arriviamo in fondo al sentiero, dove una croce è rivolta verso il mare. Ci sediamo su di uno sperone di roccia sospeso sullo strapiombo, nel vuoto. Ogni tanto le nuvole si strappano e mostrano il maestoso spettacolo là in basso, le insenature della costa, quattro case di un paesino, i tornanti della strada, il mare blu. Poi laggiù Salerno, e i monti verdi tutto attorno a noi, le punte sassose, qualche sentiero che serpeggia fra gli alberi. Da bravi amici ci dividiamo quello che abbiamo portato, un panino per uno con la pasta d’olive e una fetta di spalla fatta in casa con i porcelli del Poggio, tagliata col pennato come dev’esser fatto. Poi un pezzo di pizza rustica per uno, una bella torta di pasta lavorata col lardo e ripiena degli avanzi di riso, di ricotta e pecorino grattuggiato, che la fa piccare in gola. Mezza bottiglia del rosso con l’etichetta della Ferrarelle evapora prima che le palpebre ci diventino pesanti. Allora ci sbiacchiamo fra i sassi appuntiti, masticando un filo d’erba per uno e parlando di donne, quelle che abbiamo avuto e tutte quelle che vorremmo avere.

Quando scendiamo già sono iniziate le danze. Un cerchio di persone, tutte che battono a tempo, sempre lo stesso ritmo, sempre l’avvocata, senza fine: tam tam tam tarara, tam tam tam tarara… qualcuno che canta gridando dentro il rimbombo di un tamburo, una coppia che danza. L’avvocata è una tammuriata particolare, intanto viene suonata da tanti tamburi insieme, invece che da uno solo. Poi è una danza di sfida, guerresca, invece di un corteggiamento. La ballano in generale due uomini, e più di rado una coppia o due donne. Si guardano altezzosi e spavaldi, si sfidano, si incontrano, si saltano attorno, sbattono le gambe. Sempre allo stesso ritmo tam tam tam tarara, tam tam tam tarara… Che volti, che facce. C’è il tipo con il cappello di paglia e i vestiti da pastore, le mani grosse dei lavortori. Il vecchietto gobbo e magrissimo dagli occhi blu. L’ometto barbuto con il cappello di cuoio da mulattiere. Il vecchio tricheco vestito di nero, con la sua enorme pancia gonfia e gli occhiali. Un volto scuro e cotto dal sole che sembra uscito dall’immaginario collettivo. Il biondo: giovane e spavaldo con la fascia legati in fronte che gli scende sugli occhi. Il pomeriggio scorre via, scandito dallo stesso ritmo insistente, dalle sfide che durano secoli, dai canti. Una vecchietta diventa tutta paonazza nello sforzo, e inveisce ad ogni strofa. Pure i bambinetti battono sui loro tamburi, perfettamente a tempo. Quando qualcuno non balla, ingoia la solita frittata di maccheroni che sembra non finire mai e tracanna il suo bicchiere di rosso.

Il biondo, sempre al centro, instancabile, smette un attimo di ballare. Gli si avvicina una bella ragazza, i lunghi capelli scuri, riccioli e folti. Due gonne lunghe, una sopra l’altra, come una volta. Una scollatura generosa, che mette in valore tutta la sua bellezza. Mi arriva qualcuna delle parole che si scambiano “ci incontriamo tutti gli anni”. E mi viene da pensare che lui viene da Maiori e lei riscenderà a Cava. Che una volta all’anno salgono fin quassù, per incontrarsi, un unico giorno dell’anno. Un giorno bisogna che ci scriva sopra una storia d’amore.

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One Response to “La festa della Madonna dell’avvocata”

  1. [...] fotografia che accompagna questo articolo è stata scattata in occasione della festa della Madonna dell’Avvocata, quando la maggior parte degli abitanti di un paio di paeselli della costiera Amalfitana salgono [...]

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