Jun 05 2006
La festa della Madonna dell’avvocata
Il mio vecchio cellulare si mette a suonare con il suo bip così fastidioso. Del resto è ottimo: perfettamente efficace per buttarti giù dal letto. Il primo impulso è di girarsi dall’altra parte e richiudere gli occhi. Sono stanco e ho sonno. Mi son rigirato tutta la notte fra le lenzuola faticando a prender sonno, pensando a quello che sono e che avrei dovuto essere, a tutto quello che vorrei fare e poi non faccio mai. Mi rivengono in mente le parole di Lola. Sei sempre il solito coglione, “chi ha tempo non aspetti tempo”. Ma che te frega è un gioco, statte calmo. Non ci pensare, rilassati e goditi la vita, quello che viene viene e basta.
Come tutte le mattine la prima cosa che faccio è andare nudo e scalzo in cucina e guardare il mare attraverso la grande vetrata che da sul golfo. Sono le cinque passate da poco, eppure c’è gia tantissima luce in cielo, il sole è nascosto da qualche parte dietro il Vesuvio, ma il mattino è inequivocabilmente ben avanti. Accidenti. Penso subito che se vogliamo cogliere tutti i colori di un’ intera giornata, dall’alba al tramonto, tocca alzarsi ancora prima, alle 4, forse 4:30. Minchia, pensavo che sarebbero bastate le 5. Prendo la macchina e studio un po’ i colori, la luce calda che tinge le nuvole di giallo, il mare azzurro che sembra immobile, un duealberi in rada con un bel riflesso nero dello scafo. Ma faccio in fretta, che devo spicciarmi. Prendo i panini che ho preparato la sera prima, aggiungo un paio di pellicole a 400iso in caso abbia bisogno di tirare un po’ la luce e infilo tutto in borsa. Ci penso un secondo e prendo anche l’altra om2. Oggi solo foto su pellicola, solo macchine meccaniche. Come ai vecchi tempi, a furia di digitale ho quasi paura di dimenticarmi come si fa a scegliere tempi, diaframmi, messa a fuoco.
Le strade sono deserte, l’aria finisce di svegliarmi. La città è silenziosa e quieta, cosa piuttosto inedita per Napoli. Il corso mi si presenta sotto una faccia nuova, attraverso senza guardare quello che di solito è un fiume di gas di scarico e motori rombanti. Nemmeno una macchina, incredibile. Taglio per i quartieri, anche loro deserti, se non per un giornalaio che alza la saracinesca del suo baracchino, qualche fornaio con la maglietta e i pantaloni bianchi. Piazza municipio è anche lei deserta. I fumi o le nuvole dietro il Maschio Angioino sono illuminati da una luce bellissima, rivelatrice. Ma è tardi e non voglio perdere il pullman delle 6:30 per Salerno.
La gente bestemmia, ma nessun autobus si ferma sul piazzale. Tutti se la prendono con l’autista del 6:45 che non ne sa niente. Viaggio senza infamia e senza lode, leggendo Universo di Heinlein che di mattina presto non avevo voglia di spararmi un libro pesante. Devo aspettare una decina di minuti e ne approfitto per fare un giretto per il porto, guardando le barche a vela e facendo lo sforzo di ricordarmi cosa, come e perché. Ho dimenticato quasi tutto di quel poco che sapevo, che peccato. Vedi, quella ha l’albero lungo, quindi due crocette, perché l’angolo ottimale fra albero e ponte è di 15 gradi, e in questo modo abbiamo spezzato l’albero in tre parti e gli angoli sono corretti. Guarda, questa ha un genoa, si vede il motore che arrotola il fiocco attorno allo strallo. Però non riesco a ricordarmi cosa cambia quando lo strallo non arriva in testa d’albero, bisogna che lo chieda al mi babbo…
Benedetto arriva in macchina e lo vedo riposato e scattante, beato lui. Cosa preferisci, la camminata comoda in falso piano o le scale che si arrampicano per 900 metri di dislivello? Eddai Benede’, dobbiamo per forza farci le scale… Ci fermiamo a comprare un rosso in un alimentari, quel vino sfuso nella bottiglia di vetro con l’etichetta della ferrarelle e il tappo clippabile di plastica pieghevole. Che bello, come spesso mi cabita da queste parti mi pare di spazzar via gli ultimi 15 anni della mia vita.
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