Nov 11 2007
La cava di sabbia di Puiselet
Da quando siamo entrati tengo gli occhi ben aperti, ed ecco che finalmente nella grande sala chiamata Colyser, in cima ad uno sperone di sabbia, vedo un foglio co i due bordi arrotolati. Mi arrampico su e lo prendo con attenzione, perché è tutto bagnato e reso fragile dall’umidità. Un bel track di una festa di un paio di mesi prima, con la morte in primo piano che protegge l’entrata del suo impero. I track sono dei fogli con messaggi, disegni o fotografie, lasciati dai catafili e in generale dagli amanti del sottosuolo durante le loro incursioni. Spesso vengono nascosti oppure messi in luoghi di difficile accesso. Una delle tante usanze della fauna del mondo sotterraneo è quella di recuperare e conservare i track e lasciarne di propri, tanto che si è sviluppato un vero e proprio fenomeno di collezionismo di track. Visto che quando si è ospiti di un paese bisogna rispettarne le usanze, eccomi qui ad arrotolare il mio bel track e portarlo in giro tutto il giorno facendo attenzione a non sciuparlo.
Continuiamo ad inoltrarci nelle gallerie. Come sempre quando vado sottoterra mi fanno impressione i tunnel vuoti dietro di me, il nero assoluto che vi regna, il silenzio quasi totale. Sembra di essere il personaggio di un gioco di un’avventura fantasy, a caccia di mostri nelle tenebre appena rischiarate dalla propria torcia. poco dopo la “sala dei sacrifici” arriviamo nella parte più profonda della cava. Qualcuno ha scritto sul muro “pericolo” con un disegno di un teschio. Pochi metri avanti, in un rosso vivo, lo stesso messaggio è ripetuto sul cielo a lettere cubitali. Adrien era già stato qui, ma non era mai andato avanti ed è dello stesso avviso. Qualcuno però insiste. Io non dico niente, ma un’occhiata la darei volentieri. Adrien si lascia convincere e ci dividiamo in due gruppi. Metà delle persone restano all’imboccatura della galleria, mentre noi andiamo avanti. Io apro la strada, e dietro di me vengono gli altri a qualche passo di distanza l’uno dall’altro, in modo da non restare tutti sotto ad un eventuale crollo. Avanziamo con le orecchie tese e gli occhi bene aperti, superiamo delle consolidazioni dalle putrelle di legno semicrollate e un passaggio con una lunga crepa sul cielo, che è probabilmente la causa del messaggio. Arriviamo in una bella sala vuota molto grande, con diversi piani e cornici, un monte che serviva probabilmente a caricare la sabbia dall’alto e un gran vuoto al centro. Non restiamo a lungo, anche se tutto sembra tranquillo e si vedono le tracce delle persone passate prima di noi meglio spostarsi nelle zone più solide della cava.
Arrivati nella grande sala, lo spazio sotterraneo più ampio, prendiamo un centinaio di candele e arrampicandoci sulle pareti le posizioniamo nelle varie nicchie dei muri. La caverna prende subito un aspetto magico, rischiarata da decine e decine di candele che tingono di giallo e di rosso la sabbia bianchissima. Ora sembra di essere in qualche luogo sacro antichissimo, di entrare in un tempio silenzioso e buio. Ci sediamo al centro della sala, in circolo, con le lampade e tre o quattro candele in centro. Sembra di essere abitanti di un’epoca antica, durante un lungo viaggio. Beviamo il the caldo, che è rimasto bollente, parlando a lungo, attorno alla luce che come se fossimo attorno al fuoco. È l’unico momento in cui c’è abbastanza luce e tranquillità per fare un po’ di fotografie, tiro fuori il treppiede e la macchina, facendo attenzione a non farci entrare la sabbia. Sono contento di aver portato il 10 millimetri, perché ci vuole proprio un bel grandangolo.
Quando spengiamo tutte le candele, subito prima di partire, la sala si fa subito triste e anonima, perde tutto il soffio di vita che l’aveva animata per qualche ora. Raccogliamo un po’ di spazzatura lasciata da altri e ci incamminiamo verso l’uscita. Adrien abbozza un kata-sprint, che è una corsa senza preavviso con cui i veterano sono soliti seminare i novizi e lasciarli qualche minuto nel panico, ma nella sabbia si corre male e tutti i nuovi gli stanno dietro senza problemi.
Quando usciamo è quasi il tramonto. Alla fine del bosco, il campo dei cavalli e bagnato da una splendida luce gialla che filtra dai nuvoloni neri. Inizia il lungo viaggio di rientro, con tutti gli imbottigliamenti vicino a Parigi, cambiare treno un paio di volte, la gente che torna a casa e un gruppo di ragazzotti arabi che continuano a picchiarsi fra di loro e a fare i bulli. Purtroppo mi son dimenticato a casa il mio libro di storia cinese, lunedì ho un esame ma non sono preoccupato. C’è poco da fare, alla fine non sono fatto per vivere solo nei libri.
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