Nov
11
2007
Seduti attorno alle lampade nella cava di sabbia di Puiselet.
Mi sveglio un po’ troppo presto e fuori è ancora buio.
Accendo un po’ di musica per svegliarmi, e inizio a scaldare l’acqua per il the. The affumicato Lapsang Souchong, che ora so scrivere correttamente in pinyin: zhèngshān xiǎozhǒng. Lo faccio leggero e bollente, preriscaldando il thermos, in modo che resti caldo tutta la giornata. Nel frattempo cerco per almeno mezzora la mia lampada frontale. Nei cassetti, nell’armadio, negli zaini, nelle scatole di cartone sotto il letto. L’ultima volta l’ho utilizzata in Romania arrampicandomi su per le torri fortificate delle cittadelle Sassoni, ma non mi ricordo assolutamente dove l’ho lasciata. Mi toccherà utilizzare la vecchia lampada ad acetilene di Adrien, che è pesante e va tenuta in mano tutto il tempo. Ultima verifica che macchina fotografica, batterie, treppiede siano in ordine e ognuno dentro i suoi sacchetti protettivi. Scarpe da trekking ai piedi e giacca da sci, che preferisco sudare che patire il freddo.
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Jun
05
2006
Il mio vecchio cellulare si mette a suonare con il suo bip così fastidioso. Del resto è ottimo: perfettamente efficace per buttarti giù dal letto. Il primo impulso è di girarsi dall’altra parte e richiudere gli occhi. Sono stanco e ho sonno. Mi son rigirato tutta la notte fra le lenzuola faticando a prender sonno, pensando a quello che sono e che avrei dovuto essere, a tutto quello che vorrei fare e poi non faccio mai. Mi rivengono in mente le parole di Lola. Sei sempre il solito coglione, “chi ha tempo non aspetti tempo”. Ma che te frega è un gioco, statte calmo. Non ci pensare, rilassati e goditi la vita, quello che viene viene e basta.
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Oct
13
2005
Scendo giù per le belle scalinate del Petraio, che già son familiari, ma niente perdono del loro fascino che riscopro sempre nuovo nel primo sole di ogni mattino. Funicolare centrale e -ormai mi oriento- in qualche minuto sono al molo Beverello. Ancora una volta spacco il minuto.
Mi faccio un paio di volte un girello attorno ai due baracchini dei bar, non so se farmi una colazione o aspettare Daniele, mi studio pigramente Castel Nuovo, lasciandomi intossicare dagli scarichi di moto, motine, vespe, motorette, pullman, macchine e camion che rombano su e giù per la Marina. Mi leggo gli orari delle barche, non si sa mai, squadro le ragazze che passano, e poi mi decido a leggiucchiare la biografia su Bernard Faucon che fortunatamente ho in borsa, che presagivo il pacco: Daniele infatti arriva con quasi due ore di ritardo.
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Oct
08
2005
L’aria è umida, una nebbia appena accennata, che conosco così bene, l’impronta netta dell’autunno parigino, che sfuma case e strade, avvolge gli alberi che si spogliano in un tocco di malinconia.
- I giorni tristi sono tutti nebbiosi…
Dice Ana, ma io non ci credo e la nebbia mi piace. Ieri sera, l’ultima passeggiata a St. Michel, quest’aria quasi nataliza, come se andassi in giro con Brian per compere, cercando dolci e regali, alla Tachen il noto fotografo Araki mi firma un libro disegnandoci un grosso cazzo e ride dietro i suoi occhialini neri serrandomi la mano, in un gesto perfettamente stereotipato, perfettamente giapponese e perfettamente pervertito. Sarebbe sicuramente piaciuto al filosofo, il carissimo Peppe Conti. Uno sguardo fugace al Pont des Artes, ed è inevitabile, il riaffiorare alla memoria di tutti i piccoli trascorsi, le passeggiate, gli incontri, le fotografie fatte ad ogni angolo di strada. È inevitabile ripercorrere con la mente ogni momento, cose dimenticate, ma solo coperte da un telo bianco che si impolvera e che ci vuole un nonnula per farlo volare via, e riportarle agli occhi, con un sorriso e un poco un nodo al petto. E cenare nell’affollatissimo ristorante giapponese dove andiamo sempre, dietro al bancone, con i cuochi che sfiammeggiano nella loro cucina, più simile al gioco degli dei con gli elementi che ad una padella col soffritto: io mi prendo la mia zuppa preferita di porco e calamari, con un bicchierone di saté caldo che mi va subito alla testa, e all’uscita sono un po’ alterato.
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